
La concezione di un essere divino, a un tempo stesso maschile e femminile, di origine asiatica e in particolare siriana, si diffuse a Cipro e di qui in Grecia .
Narra un mito platonico che i primi uomini avevano una forma sferica, con quattro gambe, quattro braccia, e due membri, i sessi erano tre: maschile, femminile e androgino. Questi tentarono di dare la scalata al cielo per assalire gli dei; Zeus, allora, li divise ciascuno in due metà e, proprio per questo, da quel momento ognuno di noi è portato a cercare la sua metà perduta. A questa ricerca, si dà nome di Amore.
Il termine “androgino” è spesso confuso con quello di “ermafrodito” col quale, dovremmo piuttosto intendere, una creatura intersessuale; i due termini invece sono usati per lo più come sinonimi.
Il nome di ermafrodito compare per la prima volta in Teofrasto a proposito del Superstizioso, il quale, come ci indica l’autore, onorava l’immagine di un Ermafrodito. Tuttavia è molto più probabile che Teofrasto, usando questo termine, volesse piuttosto indicare l’Erma di Afrodite.
Sarà Diodoro Siculo a fornirci la genealogia di questo mito, presentandocelo come il figlio di Hermes e Afrodite dai quali prese il nome:
“…Ermafrodito che nato da Ermete e da Afrodite, cioè da Mercurio e da Venere, ebbe il nome composto da quello di entrambi i genitori…”
Si deve tuttavia ad Ovidio la storia di Ermafrodito cosi come c’è stata tramandata e si deve sempre a lui l’avere introdotto la coppia Ermafrodito/Salmace. Il suo interesse non sembra comunque concentrato su problemi come l’ambiguità sessuale e, questa storia andrebbe vista come uno studio sull’idiosincrasia piuttosto che sull’ermafroditismo.
La favola ovidiana narra che il bellissimo giovanetto, figlio di Ermete e di Afrodite, il quale oltre che nel nome, rispecchiava la straordinaria somiglianza dei divini genitori anche nel volto; nutrito dalle Naiadi negli antri dell’Ida, all’età di quindici anni decise di partire alla scoperta di nuovi luoghi. Giunse un giorno nella Caria nei pressi di uno stagno. Qui viveva una ninfa di nome Salmace con nessuna predisposizione alla caccia e a tutto ciò che le naiadi facevano ma, si dilettava ad occuparsi narcisisticamente del suo aspetto. Salmace vide Ermafrodito e subito sentì il desiderio di possederlo ma, il giovane ignaro dell’amore rifiutò le esplicite richieste della ninfa che sempre più bramosa di averlo, si gettò a sua volta nelle acque in cui il giovane si era immerso, avvinghiandosi a lui abbarbicata come l’edera al tronco malgrado la sua resistenza. Ermafrodito continuava a rifiutarla tenacemente, allora lei implorò gli dei:
“…fate, o Dei, che mai costui si stacchi da me né io da lui!..”
Continua Ovidio :
“…i due corpi si congiunsero e compenetrarono tanto da assumere un unico aspetto…”
E ancora:
“…avvinti nel tenace amplesso, non erano più due ma un corpo doppio che, non poteva essere definito né maschio né femmina e non somigliava a nessuno dei due in particolare, ma a tutte e due…”
Quando Ermafrodito si rese conto che la limpida fonte nella quale si era tuffato come maschio aveva reso la sua efebica virilità sfigurata in un’effeminata ambiguità contro natura, si rivolse ai suoi divini genitori:
“…fate che qualunque maschio venga a questa fonte, ne esca uomo solo a metà e si rammollisca al contatto di quest’acqua!. Commossi dalle parole del figlio biforme i genitori esaudirono il suo desiderio e avvelenarono la fonte con un equivoco filtro…”
Sembra che questo duplice finale sia servito ad Ovidio per fornire l’aition del potere effeminante attribuito all’acqua della fonte Salmace , infatti Ovidio inizia il suo racconto con l’esplicito intento di spiegare la causa del malefico potere di quella fonte, apparentemente ben conosciuto in tempi antichi.
Se infatti, di un collegamento tra Salmace ed Ermafrodito parla Ovidio soltanto o, quegli autori che da lui direttamente provengono , delle proprietà malefiche di quell’acqua ne parla già Cicerone , prendendo tra l’altro a prestito alcuni versi di una perduta tragedia di Ennio :
“…O Salmacide, prenditi il bottino che non ti costa né sudore né sangue…”
Cicerone usa queste parole per descrivere una forma di insulto verso giovani debosciati e viziosi .
Del potere effeminante e afrodisiaco di questa fonte situata a quanto pare presso Alicarnasso, nella Caria , parla anche Vitruvio nel De Architectura, nel quale racconta che il tempio di Mercurio e Venere si trovava vicino a quella fonte :
“…questa fonte però è ritenuta da una falsa opinione contagiare con una malattia venerea coloro che ad essa si abbeverano. Ma non rincrescerà esporre per quale motivo questa opinione abbia vagato per il mondo intero con false dicerie. Poiché non può essere vero quello che si dice, che con quest’acqua si diviene effeminati e impudichi, ma tale fonte ha la proprietà d’essere limpida e di ottimo sapore…”
(...)
La metamorfosi servì anche per spiegare la situazione che portò Ermafrodito ad assumere la sua doppia natura.
Questa ha senz’altro interessato alcuni autori; nel I sec. a.C. Diodoro Siculo spiega la distinzione tra Ermafrodito, divinità, e, l’umano che possiede sia i genitali maschili sia i genitali femminili.
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Nel racconto ovidiano i tratti del padre e della madre riscontrabili nell’ aspetto di Ermafrodito, non rimandano ad una doppiezza sessuale ma descrivono semplicemente la bellezza efebica del giovane; fino all’incontro fatale che ne cambierà la natura corporea, Ermafrodito è solo un bellissimo puer.
Con l’accoglimento della preghiera di Salmace Ovidio ha quindi fornito una causa all’ambiguità sessuale del personaggio, rispecchiando, in tal modo, quell’immaginario tradizionale precedente..........
